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Svizzera senza fretta: treni, valli e l’eleganza di un paese che funziona senza ostentazioni

Suiza sin apuro: trenes, valles y la elegancia de un país que funciona sin alardes

Un taccuino lento di treni panoramici, villaggi alpini e fortezze medievali. Oltre i cliché di orologi e cioccolato, la Svizzera rivela la sua ricchezza.

Una nazione di transizioni

Con quattro lingue ufficiali e una forte autonomia cantonale, non esiste un’unica Svizzera. Né un solo modo di conoscerla. In questo viaggio abbiamo scelto di evitare le grandi città e di concentrarci sul sud del paese.

Per due settimane abbiamo viaggiato sui suoi famosi treni: precisi, eleganti, silenziosi. Abbiamo aggiunto funicolari che risalgono le montagne, trenini a cremagliera e battelli che tracciano rotte tra rive millenarie. Abbiamo scoperto che la Svizzera si comprende attraverso le transizioni: da un cantone all’altro, da una lingua all’altra, dalla neve ai fiori, dal silenzio alle feste di strada con musica dal vivo. Capire la Svizzera significa accettare il cambiamento come norma, e il contrasto come identità.

Dal Ticino alla linea dei ghiacciai

Il percorso è iniziato vicino al Lago di Como, al confine tra il Canton Ticino e il sud dei Grigioni, dove abbiamo preso il Bernina Express verso St. Moritz.

Il treno sale dalla Val Poschiavo, una regione verde e mediterranea che, pur essendo completamente svizzera, parla italiano e vive al proprio ritmo. Le sue terrazze agricole e il paesaggio dolce contrastano con il mondo glaciale che si incontra in quota.

Suiza sin apuro: trenes, valles y la elegancia de un país que funciona sin alardes

Il passaggio per l’Ospizio Bernina (2.253 m) non è solo il punto più alto del percorso, ma anche una soglia geografica. Accanto, il Lago Bianco—biancastro per i minerali del ghiacciaio Palü—si contrappone al più cupo Lago Nero, come se anche l’acqua parlasse con toni diversi. La differenza cromatica racconta una biforcazione: le acque del Bianco scorrono verso l’Adriatico, quelle del Nero verso il Danubio e il Mar Nero. In quel punto cambia persino la lingua: lasciamo l’italiano ed entriamo nella zona romancia dei Grigioni.

St. Moritz e il lusso senza appartenenza

In contrasto con l’Italia, St. Moritz ci è sembrata una città un po’ senz’anima. Forse per la distanza imposta dal lusso estremo; forse per la fine della stagione invernale. Quando l’appartenenza si misura con i consumi, il luogo perde spessore.

Abbiamo preferito l’immagine del ghiaccio del lago che cedeva al sole primaverile, e passeggiare intorno per osservare le montagne da ogni angolo. È stata una pausa tattica: il giusto per osservare senza lasciarci assorbire.

Il Glacier Express e la storia in movimento

La mattina successiva abbiamo preso il Glacier Express, il treno più iconico della Svizzera. Per otto ore non abbiamo solo attraversato il paese: è stato più di un tragitto, è stato uno spettacolo.

Dal vuoto geometrico della Gola del Reno all’Oberalpass innevato, dove si sente solo il vento. A Disentis, il monastero più antico del cantone ci ha insegnato che la parola münster—già sentita tante volte nella Foresta Nera—deriva dal latino monasterium: prima della Confederazione c’erano vita, affreschi e architettura a cipolla.

A Trun fu firmata nel XIV secolo la pace che avrebbe dato origine alla Svizzera unificata. Ad Andermatt, dove confluiscono treni, strade e tunnel, si trova il passo del San Gottardo, colonna vertebrale del paese.

Ogni finestra del treno ci insegnava qualcosa: un piatto tipico (capuns), un tunnel di 17 chilometri, un dato energetico (il 60% dell’elettricità svizzera proviene dall’acqua e le centrali nucleari chiuderanno nel 2025). Ogni dettaglio non era solo informazione: era parte del modo in cui la Svizzera si lascia conoscere. Tutto aveva peso. Tutto aveva forma.

Zermatt: il villaggio alpino per eccellenza

Arrivare a Zermatt è stato entrare in un’altra dimensione. Il Cervino, onnipresente, sembrava custodire non solo il confine con l’Italia, ma anche gli sciatori che ancora godevano di una stagione prolungata. La neve tardiva aveva accumulato più di cinque metri trasformati in un manto che scendeva ancora lungo i pendii.

Abbiamo camminato tra antiche case di legno scuro con basamenti in pietra, non solo a Zmutt ma anche nel centro del paese, dove l’antico convive con la sofisticazione tecnica del presente.

Nelle camminate verso Furi abbiamo attraversato due villaggi dove abbiamo imparato che queste costruzioni del XV secolo—antichi rifugi di pastori e contadini—erano rialzate su pilastri con pietre rotonde, progettate per impedire il passaggio dei roditori. Le pareti di larice, annerite dal tempo, restano solide; i tetti di pietra proteggono la struttura per secoli.

Un piccolo museo sui coltivi d’altura ci ha insegnato del segale, della transumanza e della vita dura di chi abitava questi pendii molto prima del turismo. La Svizzera non è stata sempre ricca: è stata, prima di tutto, resistente.

quasi invisibile. Il moderno e silenzioso Matterhorn Glacier Paradise, raggiungibile in funivia, ci ha portati a 3.883 metri: il punto più alto d’Europa accessibile senza camminare. Da lì, con qualche grado sotto zero, abbiamo contemplato più di trenta vette oltre i 4.000 metri e quattordici ghiacciai che si estendono tra Svizzera, Italia e Francia.

Al contrario, la vecchia ferrovia a cremagliera per il Gornergrat ci ha portato a 3.089 metri. La vista ha rivelato nuove cime e altri volti del Cervino. Avevamo programmato di fermarci due ore, ma abbiamo dedicato l’intera giornata. Non solo per l’imponente presenza del Cervino, ma anche per le altre cime che si aprono da esso come un anfiteatro glaciale.

La neve accumulata rendeva impossibile seguire i sentieri tracciati, ma rivelava un altro modo di guardare la montagna: il silenzio del ghiacciaio del Gorner, disteso come una lingua scricchiolante, imponeva una pausa. Facevamo un picnic su una panchina tra i ghiacci, mentre alcuni uccelli di montagna – i corvi alpini – cercavano di rubarci il pranzo. Ascoltavamo il vento che filtrava tra le cime, in un silenzio che non era assenza di suono, ma presenza totale dell’ambiente.

Abbiamo visitato anche il cimitero degli alpinisti, dove le date delle prime spedizioni parlavano di rischio, abilità e determinazione. Abbiamo imparato qualcosa di affascinante: mentre il versante svizzero è stabilmente occupato, quello italiano non ha insediamenti, sebbene vi sia una complessa rete di sentieri, rifugi e ristoranti d’alta quota. Questa montagna «vuota» è, in realtà, intensamente abitata dallo sport.

Abbiamo condiviso una zuppa locale con gli sciatori che arrivavano dall’altra parte. La «zuppa della nonna», come veniva pubblicizzata in tedesco, era più di un semplice cibo: era un punto d’incontro, un gesto condiviso in un territorio esplorato con gli scarponi o con gli sci.

Vaud e la Riviera svizzera

Da lì, abbiamo fatto le valigie per attraversare il confine e raggiungere il Canton Vaud. Non è stato solo un cambio di lingua. Tutto è diventato più dolce: le terrazze del Lavaux, i sentieri costeggiati da fiori selvatici – e altri meticolosamente piantati – le barche ancorate di fronte ai villaggi in stile Art Nouveau.

A Les Avants abbiamo cercato narcisi; a Clarens abbiamo fatto un’escursione tra i tigli; e sul Lago di Ginevra abbiamo navigato su un battello Belle Époque, alimentato dai suoi macchinari originali a gasolio, come un museo della vela. I bicchieri di vino locale serviti sulle sedie a sdraio sul ponte superiore hanno reso la gita indimenticabile.

Montreux ci ha sorpreso con la sua esposizione floreale. Tulipani di ogni forma e colore, disposti con un’estetica quasi curata da un curatore, hanno conferito al lungomare l’atmosfera di un giardino in movimento. Andare a correre di buon mattino è stato rivelatorio: ho visto i bulbi cambiare colore, nuovi profumi emergere dalle piante aromatiche e la primavera organizzarsi con metodo e affetto.

Più in alto sui pendii, abbiamo visto ciò che la neve tardiva aveva nascosto a Zermatt: la transumanza. Pecore e mucche con i loro campanacci, salendo verso i pascoli freschi, scandivano la stagione con antica precisione.

Lavaux era forse l’incarnazione perfetta dei contrasti svizzeri: un vigneto coltivato da secoli, dove il 98% del vino prodotto viene consumato all’interno del Paese. Una perla locale che prospera grazie a tre soli: il sole nel cielo, il riflesso del lago e il calore trattenuto dalle pietre delle sue terrazze al tramonto.

Tutto sembra essere frutto di una logica segreta: quella della cura.

Confini, fortezze e l’arte del passaggio

Prima di diventare una meta turistica, la Svizzera era un luogo di passaggio, una geografia attraversata, ma anche contesa. Abbiamo visitato castelli come Chillon, sulle rive del Lago di Ginevra, e Bellinzona, la cui triade fortificata – Castelgrande, Montebello e Sasso Corbaro – racconta di un’epoca in cui i confini non erano una linea astratta, ma punti di osservazione, controllo e protezione.

A Bellinzona, l’impianto strategico di queste fortezze risponde a una logica di sorveglianza che risale all’epoca romana, ma che fu perfezionata dai duchi di Milano, in particolare dai Visconti e poi dagli Sforza, nel XV secolo.

Più a ovest, il Castello di Chillon controllava il traffico sulla stretta strada a picco sul mare tra i cantoni di Vaud e Vallese. Non è un caso che il Passo di Saint-Maurice, uno degli storici punti di accesso all’alta valle del Rodano, si trovi proprio lì.

Queste fortezze ci ricordano che le Alpi non sono solo una barriera naturale, ma una rete di corridoi strategici. La Svizzera è una terra di passi: San Gottardo, Bernina, Sempione, Oberalp. Luoghi attraverso i quali persone, eserciti e merci transitavano, a volte lentamente, a volte furtivamente, a volte con spirito guerriero.

Oggi, dove c’erano posti di dogana, ci sono piattaforme. Dove c’erano posti di blocco, ci sono valichi. Quei valichi ora collegano

Lugano e Locarno: esiste anche il sud

Di ritorno nella Svizzera italiana, Lugano ci ha ricordato che anche il sud esiste. Abbiamo camminato lungo il suo viale principale, tra eleganti negozi e facciate signorili, fino a raggiungere Parco Ciani, dove le panchine si affacciano sull’acqua in tutta serenità. Abbiamo noleggiato una barca e abbiamo navigato oltre il confine italiano: un confine non segnato, ma visibile nel tono delle case, nella forma delle colline e nella musica di sottofondo.

Siamo finiti a Locarno, tra la fiera dei food truck in Piazza Grande e la solennità del Santuario della Madonna del Sasso. Costruito dopo che frate Bartolomeo Piatti credette di vedere la Vergine dalla roccia – il sasso – nel 1480. La città è cresciuta sotto, e oggi, mentre lassù si celebra la messa in una chiesa barocca, tutto sotto vibra del profumo del cibo di strada. Questa simultaneità – tra l’elevato e il terreno, lo svizzero e l’italiano, il preciso e il vissuto – è stata, forse, la migliore sintesi del viaggio.

Valle Verzasca: una Svizzera senza vetrine

Concludiamo il tour visitando la Valle Verzasca, incentrata sul fiume color smeraldo che le dà il nome. I suoi villaggi in pietra sono attraversati dal Ponte dei Salti, un ponte medievale a due arcate a Lavertezzo che sembra uscito da una fiaba.

Durante l’escursione alla cascata di Sonogno, ci siamo imbattuti in sculture ricavate da tronchi d’albero: parte di un percorso artistico che unisce natura, cultura e arte contemporanea con un profondo rispetto per l’ambiente alpino. Un addio più autentico. Più rurale. Una Svizzera senza vetrine.

Viaggiare attraverso la Svizzera non significa seguire una linea retta. Significa accettare che i Paesi si raccontano anche a strati: dai loro treni, certo, ma anche dalle loro valli; dalle loro infrastrutture impeccabili. Da un autobus puntuale a una funicolare che sembra fluttuare tra le vette, ma anche dal modo in cui tutto si fonde con il ritmo del paesaggio.

La Svizzera non si impone: lavora con precisione, ma si percepisce con stupore.

Se questa lettura ti ha fatto venire voglia di viaggiare lentamente, o di guardare il mondo che già conosci in modo diverso, condividila con qualcuno che apprezza anche lui i ritmi lenti, i buoni treni e le storie raccontate a strati.

I miei itinerari sono pensati proprio per questo: per farti provare emozioni, stupirti, imparare e tornare con ricordi incomparabili.

Se sogni il tuo prossimo viaggio, scrivimi.

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Uno spazio settimanale di riflessione in cui condivido le mie esperienze, espresse attraverso le mie passioni: lettura, viaggi, cinema, arte, politica e tecnologia.

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Favignana, en un octubre de hace unos años.
Che cosa fa Favignana dopo il tocco della bacchetta magica?

L’Odissea di Nolan: cosa lascia un set, cosa promette un film e a chi chiude la porta la tutela.

Pedalare in una specie di deserto roccioso bianco e ocra, con il costume ancora un po’ umido, il cappello per ripararsi dal sole e la voglia di un tuffo nella prossima cala. Pranzare con una caponata fredda guardando le onde e chiudere con un caffè al pistacchio. Correre la salita fino al monte come allenamento mattutino e riprendere fiato con il vento che soffia da quella che un tempo era una finestra del Castello di Santa Caterina. Così erano le mie giornate a Favignana, l’isola di fronte a Trapani, qualche anno fa. Quella vista, che credevo mia, adesso è di Ulisse, e delle sale cinematografiche di tutto il mondo.

Ci sono destinazioni che lavorano per anni per farsi scegliere da un film: creano film commission, offrono incentivi, vanno alle fiere internazionali a mostrare le loro location. A Favignana, come raccontano sull’isola, è capitato. La più grande delle Egadi, a mezz’ora di traghetto, è l’Itaca dell’Odissea di Christopher Nolan. Itaca esiste, certo, ed è in Grecia, ma chi vuole stare nell’Itaca del film deve andare in Sicilia.

Il premio per essere stati un set è il famoso indotto economico. Ma una produzione non è un programma di sviluppo. Quello che succede dopo dipende dall’isola.

La produzione è rimasta sull’isola alcuni mesi, tra la fine del 2024 e la primavera del 2025, per completare circa sette settimane di riprese. Ha impiegato circa 500 persone tra comparse e maestranze, e il sindaco stima tra 1 e 2 milioni di euro di spesa locale in quei mesi. Per l’uso della vecchia tonnara come campo base, dice, il comune ha incassato 130 mila euro. Hanno costruito una teleferica per portare le attrezzature al castello e poi l’hanno smontata; la strada chiesta dalla produzione non è stata autorizzata.

Quello che si annuncia è di un’altra misura. 250 milioni di euro di turismo nei prossimi tre anni, o cinque, a seconda di chi lo dice, e che nessuno firma. In comune raccontano che si sono fatti avanti investitori dal Nord America, dal Medio Oriente e dall’India, che un vecchio villaggio turistico punta alle cinque stelle e che il Palazzotto Florio aprirà come boutique hotel a giugno 2027. Festeggiano, e ne hanno motivo.

Ma Favignana è un’isola di cale. Tagli nella roccia da cui entri dritto in acqua, saltando con eroismo dalle piattaforme o camminando con le scarpette su letti di sassi. Le più famose, come Cala Rossa, erano cave dove per secoli, a mano e a blocchi, si è estratta la pietra con cui sono state costruite l’isola e parte di Trapani. Alle undici del mattino, una cala se la dividono i 3.000 abitanti, chi ci alloggia e chi è sceso dal traghetto quella mattina. In una giornata d’estate sull’isola ci sono già tra le 40 e le 50 mila persone.

Chi arriva, dicono sull’isola, è in gran parte italiano, e per metà siciliano. Per uno di Trapani è la sua spiaggia, a mezz’ora, e per molti è la vacanza di sempre. Per anni l’ospitalità è stata cosa di proprietari che sistemavano la propria casa per farne un bed & breakfast. Adesso arrivano imprenditori a recuperare gli immobili grandi.

I media italiani si spaventano per l’effetto White Lotus: gruppi in pellegrinaggio verso la foto, prezzi alti e l’isola trasformata in una Taormina. Quando succede, le autorità cercano protezione, e le ricette sono due: frenare il turismo giornaliero e limitare gli affitti brevi. Il comune guarda già a Capri, che quest’estate ha limitato i gruppi a 40 persone. Ma a Favignana chi arriva in giornata non sempre viene in gruppo: è anche il siciliano che attraversa da Trapani. E gli affitti brevi sono dei proprietari delle case. Le ricette preconfezionate raramente funzionano. L’isola ha già una regola sua: d’estate non entra l’auto di chi resta meno di sei giorni. Ferma l’auto, non il vicino.

Possiamo chiedere ai siciliani come immaginano la loro isola dopo quei cinque anni di sviluppo e turismo. Io mi azzardo a descrivere l’isola in cui mi piacerebbe tornare. Il mare è ancora per nuotare. La storia del castello e della tonnara me la raccontano guide locali, che poi mi portano ad assaggiare cannoli riempiti al momento, come si deve. E mentre leggo su uno scoglio all’ombra, sento dei siciliani che si urlano prima di buttarsi in acqua. Un massaggio nella spa dell’hotel nel pomeriggio e poi un aperitivo al bar del paese. Può un’isola crescere, e proteggersi, senza mandare via chi fa sì che ne valga la pena?

White Lotus vendeva una vita: l’hotel, la colazione, la gente bella che si rovina le vacanze. Quella si prenota. Nolan vende una vista. E la vista di Favignana sta alla fine di una salita senza ombra, o in fondo a un tuffo dallo scoglio. Non c’è pulmino che ci arrivi.

Forse basta questo. Forse la pietra farà da limite da sola, arriveranno gli hotel e quello di Trapani continuerà ad attraversare il sabato. Forse no, e la Sicilia resterà senza una delle sue deviazioni. Non lo sappiamo. Né il sindaco, né gli investitori, né chi ci vive, né io.

Ulisse ci mise dieci anni a tornare a Itaca. Questa la vedremo in faccia molto prima.

Pubblicato originariamente su Sole Plazas, l’8 ottobre 2026.

Viñedo entre cardones y cerros de colores
Storia di due agosti

Nel nord dell’Argentina, agosto si festeggia dando da mangiare alla terra. In Italia, chiudendo l’ufficio.

In cinque giorni ho ricevuto due messaggi.

Il primo arrivava dalla strada che unisce Salta e Jujuy. Un’amica, seduta accanto a chi guidava, mi raccontava che si prendeva la giornata per celebrare il primo agosto, come si deve. Confesso che ho dovuto cercarlo su Google.

Il secondo è arrivato per iscritto, da uno studio di design ad Alba, in Piemonte. Erano contenti: arrivano le ferie. Si avvicina Ferragosto.

Nel nord dell’Argentina, come in altre zone andine, questa è la stagione secca, e per questo il primo agosto si scava una buca nella terra in un angolo del giardino, del balcone, della montagna, e la famiglia le offre ciò che più le piace: empanadas, vino, foglie di coca, una bibita. Si dà da mangiare alla terra. Si ringrazia, si chiedono prosperità e fertilità, e le empanadas e il vino passano poi agli invitati. Il siku, che si suona in coppia perché ogni musicista ha metà delle note, le chacareras, il rock o la cumbia fanno da sottofondo, e tutto diventa una festa.

In Italia, in questo periodo, succede il contrario. Il 15 agosto si celebra fin dall’epoca romana. La tradizione viene dalle Feriae Augusti, il riposo dopo le fatiche dei campi voluto dall’imperatore, che in seguito assorbì una tradizione cristiana, l’Assunzione della Vergine. Lì fa caldo ed è tutto chiuso. Se sei in città, probabilmente sei straniero. Non è la terra a mangiare e bere, ma gli italiani. Dire Buon Ferragosto è un modo di chiudere l’ufficio, salutare la famiglia e prendere il treno per lasciarsi il cemento alle spalle.

C’è un’altra cosa che si fa in Argentina in questo periodo, soprattutto nel Litoral, anche se si è un po’ diffusa nel resto del paese: bere caña con ruda. Domenica scorsa c’è stato il primo incontro di Vino de Viaje, dove non abbiamo bevuto caña ma vino. Uno dei vini veniva da Jujuy, dalla Quebrada de Humahuaca, un deserto attorno al Río Grande. È difficile immaginare vigneti lì, tra colline di sette e di quattordici colori e cardones alti diversi metri. Ma alla vite fa bene patire la sete: meno acqua, grappoli più piccoli, ogni acino più concentrato. E la radiazione d’alta quota le ispessisce la buccia.

In Piemonte, tra il mar Ligure e le Alpi, il caldo di agosto ha una data di scadenza: a ottobre non si vede il vigneto accanto. È lì che si vendemmia il Nebbiolo, che porta il nome della nebbia ed esce pallido lo stesso: un’uva di poco colore e molto tannino.

Il deserto dove si vede tutto dà un vino opaco. La nebbia dove non si vede niente dà un vino trasparente.

Oltre al vino, ho raccontato come si viaggia verso ogni bottiglia: dove si trova la tenuta dei Dupont a Maimará, che cosa si attraversa lungo la strada, dove fermarsi. E abbiamo parlato della pasacana, il frutto del cardón, con quei peli bianchi. Non ho raccontato la leggenda: la figlia di un cacique fuggita con un amore proibito, e la Pachamama che li protesse trasformandoli. Lei rimase abbracciata a lui, sotto il poncho verde.

La mia amica ha già brindato alla terra e sta tornando lungo quella strada. Ad Alba stanno chiudendo lo studio. I cardones sono ancora lì, in piedi nel deserto.

Pubblicato originariamente su The Detour, il 10 agosto 2026.

No llevaba efectivo y terminé en el pueblo equivocado
Non avevo contanti e sono finita nel paese sbagliato

Un traghetto che non accetta carte, una deviazione involontaria e una copia cinese a 8.000 chilometri.

Quando dissi a mia madre che andavo sulle Alpi, mi raccomandò di non lasciare fuori una visita a Hallstatt. Era il posto che le era piaciuto di più, nel suo viaggio di quindici anni prima. Mi avvertì che non era facile arrivarci, che lei c’era andata con un tour. Io, testarda, decisi di no.

Con l’aiuto di Google e dell’IA, ottimizzai il percorso perfetto da Salisburgo. Hallstatt ha un lago di mezzo tra sé e la sua stazione ferroviaria, e ci si può arrivare direttamente in auto oppure con una combinazione di mezzi. Scelsi quella complicata: un autobus panoramico lungo il grande Wolfgangsee, poche fermate di treno locale e, infine, una breve traversata in barca che, tracciando una linea retta perfetta, attraversa l’Hallstätter See per arrivare al paese più bello di tutta l’Austria, e forse delle Alpi.

Ma l’ottimizzazione fallì. Quando la folla scese dal treno e cominciò ad accalcarsi sul molo, sentii in una conversazione altrui quello che sarebbe diventato il mio problema: only cash. E io, ovviamente, non ne avevo. Con pochissime speranze aspettai che la barca attraccasse per chiedere di possibili eccezioni. Mi risposero con un “no” secco e semplice. Rimasi bloccata sul lato sbagliato del lago.

Guardai verso la riva sinistra e scorsi un sentiero lungo il quale, secondo la mappa, il paese successivo era a un’ora a piedi. L’alternativa era aspettare un altro treno, che ci avrebbe messo lo stesso tempo, o tornare indietro. Mi sembrò una bella passeggiata al sole, e mi incamminai lungo quella che pareva una pista ciclabile, con saliscendi per alcuni chilometri accanto all’acqua. Quando arrivai a Obertraun trovai un paese pittoresco, ma fantasma. Da dove cominciava il paese, con le sue casette di architettura alpina e i piccoli hotel disabitati, camminai altri venti minuti, cominciando a dubitare della mia strategia, che mi aveva portata a piedi nel nulla.

Qualche metro oltre la cappella c’era il famoso bancomat. Alla fermata dell’autobus, un orario ordinatissimo annunciava la corsa successiva di lì a un’ora. Dopo un breve e cordiale scambio con la responsabile dell’ufficio turistico, tutto dedicato alle attività che l’inverno avrebbe presto portato con la neve, uscii a gironzolare ancora fino all’ora giusta. Il silenzio assoluto fu rotto da un autobus che riportava i bambini dopo la giornata di scuola. Mentre scendevano e si disperdevano correndo verso casa, arrivò il mio. Pochi minuti dopo ero seduta con il naso contro il vetro per osservare bene da vicino il percorso che saliva al comprensorio sciistico del Krippenstein, nel massiccio del Dachstein, e che mi portò, finalmente, a Hallstatt.

La prima impressione non me la diede il paese, ma la quantità di gente con valigie, grandi e grandissime, che si muoveva in tutte le direzioni. Per me era una gita in giornata, e feci fatica a capire che cosa stesse succedendo. Siccome la deviazione mi aveva preso più tempo del previsto, mi concentrai sul procurarmi il pranzo, anche se senza molto successo: i locali erano chiusi, oppure aperti ma senza voglia di ricevermi. Riuscii, alla fine, ad avere una zuppa davanti alla chiesa protestante. Percorsi il paese da un capo all’altro in molto meno tempo di quanto me ne avesse preso il sentiero assolato. Lessi i cartelli arrabbiati dei punti panoramici: puoi scattare la foto da cartolina, ma in silenzio e senza mostrare entusiasmo.

Ed è chiaro. Hallstatt ha vissuto un boom, soprattutto dopo che la cartolina si è materializzata in un paese replicato mattone per mattone da una compagnia mineraria a Boluo, nella provincia del Guangdong.

Il paese esiste grazie al sale. La sua miniera, una delle più antiche del mondo, era amministrata dagli Asburgo da Vienna: da qui il nome della regione, Salzkammergut, lo scrigno di sale della corona. Oggi è un’attrazione con lo scivolo. Era chiusa per lavori, come l’enorme balcone costruito per fare foto con vista sul See. Fino alla fine dell’Ottocento, a Hallstatt si arrivava solo dal lago o per sentieri di montagna. Ora ci arrivano due strade, una per ogni riva.

Senza belvedere disponibili e con il sole che già scendeva, mi sforzai di percorrere tutte le strade, quelle che salivano e non avevano negozi, quelle lontane dai punti panoramici. Eppure il paese si esaurì in fretta. Tornai in autobus a Obertraun. Non volli dare soddisfazione a quelli della barchetta. Dopo aver aspettato nel silenzio della stazione, salii sul treno vuoto. Alla fermata successiva, quella di Hallstatt, salivano tutti.

Hai anche tu un paese accanto? Uno scoperto per caso, che ti è piaciuto più di quello famoso. Lasciami il nome nei commenti: li sto collezionando per un’edizione futura.

Pubblicato originariamente su The Detour, il 14 luglio 2026.